La nostra rubrica dedicata alle donne Expat oggi ci porta negli Stati Uniti – più precisamente a San Francisco – dove Irene vive da qualche anno ed ha costruito una bellissima famiglia.

Vivi negli Stati Uniti da qualche anno ormai. Ti va di raccontarci com’è nata l’idea di trasferirti qui e riassumerci brevemente la tua esperienza?

Mi sono trasferita per lavoro, perché per quello che faccio la Silicon Valley è il centro del mondo. Il progetto su cui lavoravo nel 2015 aveva un’evoluzione naturale a San Francisco di cui mi sono stata incaricata e che ho voluto fortemente. A maggio sono andata un mese in “avanscoperta”, a luglio è stato confermato il progetto, a settembre mi sono trasferita. Trasferirsi in un’altro luogo, in un altro continente, è un’esperienza totalizzante e spiazzante, è una continua altalena tra l’esaltazione e lo spaesamento. Dopo i primi mesi in cui tutto è nuovo e meraviglioso inizia il reality check: 9 ore di fuso, 16 di viaggio, un oceano di distanza da amici e famiglia, cultura e valori diversi. E piano piano cominci ad impastarti con il luogo che hai scelto come casa, limi i tuoi spigoli e ti spuntano le radici.

Nell’immaginario collettivo espatriare significa preparare lo zaino e partire all’avventura, nella realtà si finisce invischiati nella burocrazia del paese ospitante e si combatte per un visto. Ci racconti il tuo percorso verso la Green Card?

È stato onestamente un incubo! Il processo di immigrazione negli Stati Uniti è molto complicato e aleatorio. Qui potete leggere un piccolo estratto dell’esperienza dell’attesa.
Noi siamo stati molto fortunati in realtà, dopo due anni e mezzo di visto abbiamo ottenuto la green card, e tra poco più di tre anni possiamo richiedere la cittadinanza. Però credo che tutto il processo per ottenerla sia decisamente sul podio delle cose più difficili fatte nella mia vita.

Di cosa ti occupi a San Francisco? Facevi lo stesso lavoro in Italia?

Mi occupo di innovazione e startup. In Italia facevo una variazione dello stesso lavoro, sono tuttora parte della stessa azienda per cui lavoravo a Bologna.

Hai da poco avuto una bimba, Clara, com’è essere una mamma expat? Come gestisci il tuo tempo, la maternità e il lavoro?

Essere la mamma di Clara è l’avventura più bella del mondo. Partorire negli Stati Uniti all’inizio mi spaventava, ma poi si è rivelata un’esperienza veramente incredibile. Ho la fortuna di avere diverse amiche mamme anche a San Francisco che mi hanno supportato e guidato durante la gravidanza e le prime settimane con Clara. Lei ora ha poco più di quattro mesi e io sono ancora in maternità: non so come concilierò lavoro e famiglia, devo ammettere che per ora mi spaventa un po’. Per fortuna mio marito starà per cinque mesi in congedo di paternità una volta che io rientrerò al lavoro, e questo mi rassicura molto.

Quanto è importante conoscere bene l’inglese per trasferirsi all’estero in pianta stabile? Parli anche altre lingue?

Molto, onestamente. Almeno nel mio campo è fondamentale, e non basta un livello scolastico. Credo dipenda molto dal tipo di lavoro che si fa. Io parlo anche il francese e lo spagnolo (me ne sono sposata uno!).

Domanda del secolo: vorresti tornare in Italia? Cosa ti manca di più del nostro paese? Cosa pensi serva all’Italia per risollevarsi dalle sue ceneri?

Vorrei decisamente tornare in Italia, ad un certo punto. Non ancora.
L’Italia la considero casa, non sono fuggita dal mio Paese, mi sono solo spostata temporaneamente all’estero per un’opportunità lavorativa (di un’azienda italiana). Dell’Italia mi mancano le relazioni: la mia famiglia, i miei amici, il modo di approcciarsi agli altri. Poi ora che c’è anche Clara a maggior ragione: lei ha i nonni, gli zii, i cugini a metà tra Italia e Spagna.
È difficile dire cosa possa servire all’Italia per ripartire. Credo che gli italiani debbano imparare a fare scelte a lungo termine, senza cercare il beneficio immediato. Stiamo scegliendo sempre “l’uovo oggi” e così facendo ci precludiamo (e precludiamo ai nostri figli) le galline di domani.

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