Ti sei mai chiesto come sia essere un expat? Hai mai pensato a come potrebbe essere trasferirsi dall’altra parte del mondo? Da queste domande nasce la rubrica Vita da Expat, una serie di interviste a donne espatriate ai quattro angoli del mondo.

Da quanto tempo vivi a Bologna? Ti va di raccontarci com’è nata l’idea di partire e riassumerci brevemente la tua esperienza?

Vivo a Bologna dal 2013. Mi sono trasferita nella città delle Due Torri subito dopo il diploma del liceo. Già da anni continuavo a ripetere “A 18 anni vado via di casa”. Tutti pensavano scherzassi, ma alla fine ci sono riuscita veramente grazie a una borsa di studio. Volevo andar via di casa, conoscere altri luoghi, viaggiare. Vivere su un’isola non sempre è facile. Non ti permette di muoverti come vuoi e le opportunità, a volte, scarseggiano. Alcuni modi di pensare iniziavano a starmi stretti e non vedevo l’ora di scoprire “l’altro”, che sembrava così distante all’epoca. La vita universitaria a Bologna è stata fantastica. L’Università mi ha permesso di vivere tante esperienze: ho studiato “Scienze della Comunicazione” alla triennale e “Comunicazione Pubblica e d’Impresa” alla magistrale, per poi iniziare a lavorare un anno fa. Per me ormai Bologna è una seconda casa. Ogni angolo della città è un ricordo. Amo l’odore delle sue trattorie, la calma di Piazza Maggiore a notte fonda, passeggiare nel centro e scoprire sempre qualcosa di nuovo, passare interi pomeriggi a cantare e suonare con gli amici ai giardini. Ogni anno passato là è stato diverso, ho conosciuto persone incredibili che mi hanno aperto mondi sconosciuti. Prima di Bologna era una bambina con un sogno, dopo Bologna sono una donna con mille sogni.

Nell’immaginario collettivo espatriare significa preparare lo zaino e partire all’avventura in paesi lontani. All’atto pratico però quando casa è un’isola finisci per sentirti expat anche solo trasferendoti sulla terra ferma. Tu hai fatto entrambe. Sei stata expat in Italia e nel mondo. Raccontaci tutto.

Al secondo anno di magistrale, dopo quattro anni passati a Bologna, ho capito che avrei dovuto sfruttare al massimo tutte le opportunità offerte dall’Unibo prima della fine della carriera universitaria. I primi anni non ho nemmeno fatto domanda per l’Erasmus. Mi sentivo già un’expat: ero lontana da casa, dovevo abituarmi a una nuova realtà, il tempo sembrava non bastare mai. C’era sempre un nuovo posto da scoprire, una nuova esperienza da fare, un viaggio low cost da prendere al volo.
Poi tre anni fa ho deciso: volevo imparare lo spagnolo e vivere per un periodo in Spagna. Provai a fare richiesta e la prima volta fu un fallimento: non ero nell’elenco dei vincitori. La secondo volta invece andò bene: destinazione Bilbao, Paesi Baschi. Ho studiato all’Universidad del País Vasco per cinque mesi. È stata la mia prima esperienza in un Paese straniero e le difficoltà iniziali ci sono state: la lingua, le lezioni, iniziare nuovamente tutto da zero. Ma ne è valsa la pena: mi sono messa alla prova, mi sono conosciuta ancora di più, ho affrontato i fantasmi del passato. E ho riso di gusto con quelli che ancora sono amici carissimi. Successivamente sono partita per tre mesi a Barcellona per un Erasmus Traineeship in un’agenzia di comunicazione. È stata un’avventura ancora diversa, un lavoro a tempo pieno, una cultura catalana tutta da scoprire. Ed è lì che ho trovato anche l’amore. Galeotto fu quella città tanto bella da spezzare il fiato.
Dopo pochi mesi, grazie a una borsa di studio, mi sono trasferita a Puebla, in Messico, per svolgere la mia ricerca di tesi. Sono stata là per quattro mesi per poi tornare in Italia a laurearmi. E dopo due settimane dalla corona d’alloro sono volata in Repubblica Ceca, a Brno, dove mi aspettava un altro tirocinio post-laurea per occuparmi dell’organizzazione di un festival.
Tendiamo sempre a raccontare la parte più bella di un viaggio: le esperienze incredibili, i luoghi paradisiaci, le amicizie lungo il cammino. La verità è che ci sono tanti momenti difficili. Cambiare vita da un giorno all’altro non è semplice. La distanza spesso causa nostalgia, incomprensioni, rabbia. Bisogna darsi del tempo ed essere pronti a scoprire la parte più profonda di noi stessi, quella che viene fuori quando usciamo dalla comfort zone e affrontiamo una situazione nuova. Bisogna essere pronti ad affrontare un viaggio interiore… ed è ciò che fa più paura.

Come vivi la tua condizione di sarda a Bologna? Ti senti a casa? Quali sono i pro e i contro di questa situazione?

Alberto Masala, un grandissimo poeta, ha scritto che “noi sardi siamo inconsciamente addestrati dalla nascita a sapere che c’è sempre un oltre, un distacco e il salto”. Ed è esattamente così. Fin da piccoli abbiamo dei confini certi, decisi geograficamente, e sappiamo che per andare “oltre” dobbiamo attraversare il mare. La Sardegna è come una madre, ti respinge e poi ti accoglie. Senti di voler scappare da lei ma è solo lì che ti senti al sicuro. Si impara a convivere con la nostalgia. Si diventa consapevoli che la si proverà sempre, anche a distanza di anni, e che ogni tanto si avrà il bisogno fisico e mentale di tornare. L’attaccamento alla nostra terra è un po’ la croce e la delizia della vita di ogni sardo. Ma cos’è un’ora di aereo? Se non fosse per i prezzi esorbitanti soprattutto nel periodo estivo, tornare a casa non sarebbe per nulla difficile.
I contro quindi sono questi: la nostalgia, la lontananza dai propri cari, i paesaggi della nostra terra, la qualità della vita, il mare. I pro sono l’organizzazione, la mobilità, gli stimoli e le opportunità che ti si aprono ogni giorno. E poi Bologna in realtà è popolata da una marea di sardi e fuori sede di tutta Italia, quindi sentirsi a casa non è difficile!

Ti va di raccontarci del tuo progetto di ricerca in Messico?

Il Messico è diventato un mio sogno mentre stavo a Bilbao. Camminavamo lungo un sentiero per raggiungere un faro e là ho conosciuto tre ragazzi messicani. Iniziarono a parlare della loro terra, delle piramidi, della lingua nativa. Nei loro occhi vidi un amore e una passione tale che ne rimane molto colpita, il tutto accompagnato da una gentilezza che ho poi scoperto essere una caratteristica di quel popolo. Mi sono impegnata tanto per trovare un’università che accogliesse il mio progetto di tesi, scontrandomi con i professori in Italia e inviando mail a tutte le università del Paese.
Alla fine ce l’ho fatta: trovai una professoressa che credeva in me, tanto da diventare la mia correlatrice e salvatrice. Tutto girò per il verso giusto, vinsi il bando e dopo due mesi ero su un aereo che mi portava dall’altra parte del mondo. I mesi vissuti là sono stati fra i più intensi della mia vita. Ho conosciuto tante persone, anche grazie alle interviste che ho svolto per la mia tesi e questo mi ha permesso di immergermi completamente nella cultura messicana. La loro disponibilità nell’aiutarmi in qualsiasi situazione mi ha riempito di gioia e gratitudine. Ho viaggiato, esplorato, incontrato amici di vecchia data, vivendo pienamente ogni momento, ogni colore, ogni sapore del Messico. Tutto ciò che avevo letto negli occhi di quei ragazzi anni prima, ora lo posso leggere anche nei miei.

Su Instagram ti definisci “social media manager” è una passione o il tuo lavoro? Com’è nata l’idea di intraprendere questa strada?

Fare la social media manager è diventato il mio lavoro da un anno a questa parte. Gestisco la comunicazione social di due aziende e recentemente sono entrata a far parte di un progetto con altri ragazzi dell’isola, che si occupano di marketing locale per aziende sarde. In realtà non so se sarà il lavoro della mia vita. La comunicazione ha veramente un’infinità di sfaccettature e mi piacerebbe provare a fare anche altre cose. Sono in continua evoluzione, mi piace formarmi e scoprire. Vorrei, inoltre, dedicarmi anche alla passione per la scrittura che mi accompagna da sempre. Insomma, la strada è ancora lunga e spero sarà molto luminosa!

Quali sono i tuoi piani per l’immediato futuro?

Nei miei piani per i prossimi mesi c’è un trasferimento a Barcellona. Dopo il lockdown e una distanza forzata di sei mesi ho preso la decisione definitiva: basta posticipare, è arrivato il momento di riunirmi con l’altra metà del mio cuore.

Domanda del secolo: vorresti tornare a casa (in Sardegna) o continuare a vagare libera nel mondo?

La Sardegna è un punto fisso, sono sicura che prima o poi ci tornerò. Non so quando, non so come, ma l’idea di fare qualcosa per la mia terra è sempre presente nella mia mente. Per ora mi godrò la mia città spagnola preferita, poi chissà cosa mi riserverà il futuro!

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